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Recensione: Frankenstein (2025)

Il mostro come specchio: Frankenstein secondo Guillermo del Toro

Con Frankenstein, approdato nel 2025 su Netflix, Guillermo del Toro affronta uno dei miti fondativi dell’immaginario moderno non come semplice adattamento, ma come resa dei conti personale. Il romanzo di Mary Shelley, spesso ridotto a repertorio iconografico o a veicolo per l’horror gotico, diventa qui il luogo in cui il cinema di del Toro — da sempre ossessionato da corpi feriti, creature marginali e padri fallibili — trova una forma sorprendentemente sobria e meditativa.

L’operazione si colloca in un momento particolare della carriera del regista: dopo la consacrazione autoriale di La forma dell’acqua e il manierismo barocco di Crimson Peak, del Toro sembra rinunciare a parte del suo virtuosismo più decorativo per inseguire un rigore classico, quasi ascetico. Frankenstein non è un film sull’orrore della creazione, ma sulla responsabilità morale dell’atto creativo, tema che attraversa sotterraneamente tutta la sua filmografia.

La regia lavora per sottrazione. La messa in scena privilegia spazi chiusi, laboratori e interni che diventano estensioni mentali dei personaggi, mentre la fotografia, dominata da chiaroscuri lattiginosi, evita il gotico illustrativo per una materia visiva più fredda e severa. Il montaggio, controllato e poco incline all’enfasi, costruisce un ritmo contemplativo che lascia spazio al silenzio e allo sguardo, elementi centrali nel cinema del regista sin da Il labirinto del fauno.

Del Toro rilegge la figura della Creatura sottraendola definitivamente alla dimensione del “mostro” per restituirle quella di soggetto tragico. In questo senso, il confronto con le incarnazioni storiche del mito è inevitabile: se il Frankenstein di James Whale (1931) fissava l’archetipo iconico e quello di Kenneth Branagh (1994) puntava su una fedeltà enfatica al testo, del Toro sceglie una via intimista, più vicina allo spirito di Shelley che alla lettera. La Creatura non è spettacolo, ma coscienza dolente; Victor Frankenstein non è un demiurgo folle, ma un uomo incapace di sostenere le conseguenze del proprio desiderio di conoscenza.

Il film dialoga anche con l’universo interno del regista: come l’anfibio de La forma dell’acqua o i “mostri” di Hellboy, la Creatura è l’unico personaggio realmente etico, mentre l’umanità che la circonda appare prigioniera di paura e hybris. Tuttavia, qui del Toro evita la tentazione del sentimentalismo: il pathos è sempre trattenuto, mai ricattatorio, e proprio per questo più perturbante.

Frankenstein non reinventa il mito, né pretende di aggiornarlo con forzature contemporanee. La sua forza sta nella capacità di restituirgli una gravità morale rara nel cinema mainstream odierno. In un panorama saturo di revisioni e IP riciclate, Guillermo del Toro firma un film che interroga il presente parlando il linguaggio della tragedia classica. Il vero orrore, sembra dirci, non è creare la vita, ma voltarle le spalle.

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