L’uomo che non può riscrivere se stesso: Jay Kelly di Noah Baumbach
Con Jay Kelly, presentato nel 2025 su Netflix, Noah Baumbach torna a interrogare uno dei suoi territori più familiari: l’identità maschile nel momento in cui scopre di essere rimasta indietro rispetto alla propria narrazione di sé. Ma se in passato il regista aveva osservato i suoi personaggi con una lucidità spesso ironica, qui il tono si fa più amaro, quasi dimesso, come se anche l’autore avvertisse l’impossibilità di rimettere ordine in un’esistenza già montata male.
Il film racconta un uomo che vive di rimpianti e di scene mentali continuamente riscritte, immaginando versioni alternative della propria vita. Jay Kelly è un personaggio che guarda al passato come a un film mal riuscito, convinto che basterebbe un nuovo montaggio per dare senso a tutto. Noah Baumbach costruisce attorno a questa ossessione una narrazione frammentata, che procede per scarti emotivi più che per progressioni drammaturgiche, riflettendo lo stato mentale del protagonista: non c’è evoluzione, solo circolarità.
La regia è, come spesso nel cinema di Noah Baumbach, apparentemente invisibile. Ma dietro questa sobrietà si nasconde un controllo rigoroso della messa in scena. Gli spazi domestici, le conversazioni familiari, i silenzi imbarazzati diventano campi di battaglia emotivi. Il montaggio, volutamente privo di slanci, accentua la sensazione di immobilità: Jay è intrappolato in un presente che non riesce a superare e in un passato che prova a riscrivere senza mai correggere davvero.
Il rapporto con la famiglia è il cuore pulsante del film. Non come rifugio, ma come specchio impietoso. Moglie e figli non sono antagonisti, bensì testimoni di un fallimento che Jay non riesce ad ammettere fino in fondo. Baumbach evita accuratamente la catarsi: non ci sono grandi confronti risolutivi, solo una progressiva presa di coscienza della distanza tra ciò che Jay pensa di essere stato e ciò che, nei fatti, è diventato.
In questo senso, Jay Kelly dialoga apertamente con altri ritratti maschili del cinema di Baumbach, da Greenberg a Storia di un matrimonio, ma ne rappresenta forse l’esito più disilluso. Se Frances Ha era attraversato da una malinconia ancora vitale, qui resta solo il peso delle scelte irrevocabili. Il confronto con il cinema di Woody Allen — spesso evocativo per Baumbach — si ribalta: manca la leggerezza nevrotica, resta un realismo emotivo quasi spietato.
Jay Kelly è un film che rifiuta il conforto e non offre scorciatoie emotive. Non tutto funziona con la stessa intensità, e a tratti la reiterazione del tema rischia l’autocompiacimento. Ma nella sua onestà dolorosa, il film riesce a cogliere una verità scomoda: la vita, a differenza del cinema, non concede seconde versioni. E quando te ne accorgi, spesso, è già troppo tardi per cambiare inquadratura.
